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Un delinquente asociale di Tor Bella Monaca acquista i superpoteri dopo un tuffo radioattivo nel Tevere e diventa emulo di Jeeg robot d’acciaio, cartone giapponese di culto per i nati negli anni Settanta: su una trama così non avrebbe scommesso nessuno, infatti il regista ha cercato fondi per cinque anni e alla fine se l’è prodotto da sé. E invece, dopo l’accoglienza entusiastica della critica al Festival di Roma, “Lo chiamavano Jeeg Robot”, opera prima di Gabriele Mainetti, sta trionfando in sala: oltre due milioni d’incasso in due settimane. Un successo inatteso, soprattutto per un’opera prima, paragonabile alle performance di “Se dio vuole” e “Smetto quando voglio”, che però erano commedie, un genere “sicuro”. Come mai questo improbabile spaghetti-manga sta sbancando al botteghino? La trovata di Jeeg, equivalente dei supereroi Marvel nell’immaginario dei giovani adulti italiani, è un’intelligente strizzata d’occhi, ma il successo della pellicola...